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Legge agricoltura sociale, fuori le coop solidali. Per gli agricoltori nessun paletto
E’ stata approvata in piena estate la legge sull'agricoltura sociale e per tutto settembre abbiamo sentito la grancassa di Coldiretti e delle altre lobby agricole, oltre che del governo, sulla valorizzazione di questa dimensione “buona” dell’azienda agricola. Quasi nessuno però ha dato voce al malumore delle cooperative sociali, molte delle quali fanno agricoltura con ex detenuti o disagiati psichici ma restano tutte o quasi fuori dai benefici della legge perché l’agricoltura non supera il 30% del loro fatturato, come recita l’art. 4 della legge. Le coop dicono che non è giusto, le associazioni agricole invece dicono che per fare agricoltura sociale bisogna essere prima di tutto agricoltori. E se per l’agricoltura fosse solo un modo di integrare il reddito base? Con i benefici previsti (es. concessione di terreni con fiscali alla mafia e priorità nelle forniture di mense scolastiche) non si scatenerà la corsa alle agevolazioni senza che ci sia un reale controllo sulla “socialità” delle attività? La legge è troppo vaga nei requisiti richiesti all’agricoltore per poter smascherare eventuali furbetti. Staremo a vedere, anche perché la legge non sortirà effetti concreti finché le regioni non adegueranno alla nuova legge le norme vigenti in materia di agricoltura, che è di competenza regionale. Una piccola luce però si vede: è la possibilità di avviare collaborazioni tra organizzazioni non profit e aziende agricole per gestire l’attività di agricoltura sociale. Questa norma potrebbe fare da volano per creare quelle reti sociali che ancora sono merce rara sia nel mondo rurale che nel Terzo settore.





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